la legge non è ugualecattani

La “Costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali” (art.19  legge 300/1970(cd.” Statuto Dei Lavoratori”) non prevede un limite alla nomina dei dirigenti dell’unità produttiva.

L’art.23 (l.cit.) ,relativo ai permessi retribuiti spettanti ai dirigenti sindacali ,riconosce tale diritto ad  “almeno a)un dirigente per ciascuna rappresentanza aziendale sindacale nelle unità produttive che occupano fino a 200 dipendenti della categoria per cui la stessa è organizzata,b)un dirigente ogni 300 o frazione di 300 dipendenti per ciascuna rappresentanza sindacale aziendale nelle unità produttive che occupano fino a 3.000 dipendenti della categoria per cui la stessa è organizzata,c) un dirigente ogni 500 o frazione di 500 dipendenti della categoria per cui è organizzata la rappresentanza sindacale aziendale nelle unità produttive di maggiori dimensioni, in aggiunta al numero minimo di cui alla precedente lettera b).”.

La lettura dell’enunciato legislativo non revoca in dubbio: la mancata indicazione di un limite massimo alla nomina dei dirigenti tiene luogo all’indefettibile diritto dei lavoratori di  eleggere i propri rappresentanti nella misura di cui alla propria deliberazione (soggiacendo al solo rispetto del principio di ragionevolezza siccome osservando, “iuris et de iure”, in ogni rapporto giuridico qualchessia).

Tale soluzione è  improntata al principio di cui alla pronuncia dei Giudici delle Leggi (C.COST. sentenza n.54 del 1974 relativo  alla possibilità di  costituzione di rappresentanze sindacali aziendali (r.s.a.) nella compresenza dei requisiti che le stesse r.s.a. devono possedere per poter fruire dei diritti sindacali disciplinati nel titolo terzo del medesimo statuto dei lavoratori.

La possibilità di nomina di propri rappresentanti da parte di ogni r.s.a. non è più fondata sul principio della specifica rilevanza alla partecipazione dell’organizzazione sindacale alla stipula dei contratti collettivi in uno con il principio della capacità rappresentativa,poiché Il D.P.R. 28 luglio 1995,n.312, a seguito del referendum popolare abrogativo dell’art.19 dello Statuto dei Lavoratori, ha riscritto la predetta disposizione  stabilendo che il requisito per la costituzione delle r.s.a. non è più costituito dalla maggiore rappresentatività,  bensì dalla sola sottoscrizione di un qualunque contratto collettivo applicato nell’unità produttiva in questione, a prescindere dal livello di tale contratto.

Successivamente  è insorto   un contrasto giurisprudenziale dei Giudici di Legittimità tra chi (Cass.09/01/2008,n.212) ha riconosciuto che i contratti in questione possono  anche essere di tipo gestionale,ovvero accordi di gestione delle crisi aziendali (per es. in tema di Cassa Integrazione Guadagni e di mobilità) e chi (Cass. 11/07/2008,n.19275) ha sostenuto che “la capacità dell’organizzazione sindacale di accreditarsi come interlocutrice stabile dell’imprenditore è testimoniata dalla stipulazione di un contratto collettivo,certamente di qualunque livello,ma non di qualunque natura, dovendo trattarsi di un contratto con caratteristiche tali da attestare l’effettività dell’azione sindacale, rappresentando un arco di intereressi più vasto di quello dei soli iscritti,  incidendo su diversi  istituti che regolino i rapporti di lavoro e non su meri episodi contingenti della vita dell’azienda”.

Tale  incertezza è  stata , poi, superata  alla luce della sentenza della Consulta 3-23 luglio 2013,n.231 che ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’articolo 19,primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1970, n.300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), nella parte in cui non prevede che la rappresentanza aziendale possa essere costituita anche nell’ambito di associazione sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda”.

E’ di meridiana evidenza come il datore di lavoro non possa  misconoscere la designazione dei dirigenti sindacali siccome operata dalla r.s.a. di appartenenza: il requisito di legittimità  della costituzione della rappresentanza sindacale è costituito dalla sola esigenza che nasca da un atto di iniziativa popolare (sicchè in tal caso esso  sussiste perfino quando la r.s.a. sia formata da un unico esponente il quale diviene titolare dei diritti riconosciuti dalla legge  ai responsabili della r.s.a.:Cass.16/06/2000,n.8207).

Tale convinzione poggia su un’interpretazione in linea con il diritto comunitario , il quale:

a) indipendentemente dalle norme emanate dagli Stati membri,nello stesso modo in cui impone ai singoli degli obblighi,attribuisce loro diritti soggettivi (CGUE 05/02/63,causa 26/92),

b)tali diritti sorgono non soltanto allorchè il Trattato espressamente li menziona bensì pure quale contropartita di precisi obblighi che il Trattato impone ai singoli  od alle Istituzioni comunitarie (CGUE,05/02/1963,causa 26/62),

c)lo spirito e i termini del Trattato hanno per corollario l’impossibilità per gli Stati di far prevalere,contro un ordinamento giuridico da essi accettato in condizioni di reciprocità,un provvedimento unilaterale ulteriore,il quale pertanto non è opponibile all’ordinamento stesso (CGUE 15/07/1964, causa 6/64),

d) ordinamento comunitario e ordinamento statale sono sistemi giuridici distinti ed autonomi, ancorchè coordinati tra loro secondo le ripartizioni di competenze stabilite e garantite dal Trattato, tale rapporto nonché la sottostante limitazione della sovranità statale,fanno sì che l’ordinamento italiano permetta che i regolamenti comunitari spieghino effetti in quanto tali e perchè tali nel territorio nazionale, ossia che venga riconosciuta a tali diritti l’efficacia di norme di cui sono provvisti nell’ordinamento di origine(CORTE COST.84/170),

e)il principio secondo  cui l’eventuale conflitto  tra norme comunitarie e norme nazionali, sia anteriori che successive ,il caso deve essere risolto dal giudice nazionale  non promuovendo giudizio di costituzionalità delle norme nazionali , bensì disapplicando quest’ultime  tutte le volte che la normativa comunitaria soddisfi il requisito dell’immediata  applicabilità,vale non solo per la disciplina prodotta dagli organi comunitari mediante regolamenti ma anche per statuizioni risultanti da sentenze interpretative della Corte di Giustizia Europea(C.COST.85/113) e per ogni altra sentenza del giudice comunitario la quale, nell’applicare ed interpretare una norma comunitaria dotata di effetti diretti,risulti comunque dichiarativa (C.COST.89/389, C.COST:95/249, C.COST.99/189, 85/113).

Effettivamente:

1.fin dalla decisione (Corte Giust.12/11/1969,causa 29/69) è stata rivoluzionata la materia inerente la protezione dei diritti fondamentali in Europa= compreso quello del Diritto al Lavoro= occupandosi della compatibilità con il diritto dell’Unione,

2. i principi fondamentali di diritto interno e sovranazionale = proprio là dove involgano  forme di assistenza pubblica= non possono essere confinati allo specifico settore di appartenenza, tendendo a  travalicarne  il campo per rivestire una portata generale,

3.il recente conferimento alla Carta dei Diritti Fondamentali del rango di diritto comunitario, pone all’interprete del diritto al cospetto di nuovi strumenti normativi (la cui applicabilità nell’ordinamento interno resta ancora da definire ).,

4.la giurisprudenza comunitaria (sentt. 15/07/1964,C-6/64) ha fissato il principio in base al quale, il margine di discrezionalità di cui dispongono gli Stati membri nell’adozione dei provvedimenti necessari per l’adozione della direttiva non pregiudica il carattere preciso ed incondizionato dell’obbligo di prendere in considerazione tutti i lavoratori stabilito nell’art.3,e,pertanto,tale norma soddisfa le condizioni necessarie per produrre un effetto diretto.

Pertanto può concludersi come nel quesito in esame non si rinvenga alcuna disposizione di legge nazionale che imponga la limitazione in ordine all’elezione di dirigenti r.s.a. nei termini  suesplicitati, né si possa,diversamente, convenire in aderenza al diritto comunitario.

Del resto anche la sentenza della Corte di Giustizia Europea, Grande Sezione, del 26/02/2013, causa C-617/10, ha affermato che qualora al giudice nazionale sia richiesto di verificare la conformità ai diritti fondamentali della disciplina attuativa del diritto dell’Unione, egli potrà applicare”Gli standard nazionali di tutela dei diritti fondamentali, a patto che tale applicazione non comprometta il livello di tutela previsto dalla Carta, come interpretata dalla Corte, né il primato, l’unità e l’effettività del diritto dell’Unione “(sullo stessa scia cfr. sentenza Corte di Giustizia UE, Grande Sezione,15/01/2014, causa C-176-12)relativa ad una domanda pregiudiziale sull’interpretazione dell’art.27  della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, nonché della direttiva 2002/14/CE del Parlamento e del Consiglio, istitutiva di un quadro generale relativo all’informazione e la consultazione dei lavoratori che vedeva contrapposta l’Associazione di Mediazione sociale francese con l’Unione locale dei sindacati CGT.

Altri esempi della giurisprudenza comunitaria (Corte di giustizia CE 3 ottobre 2000, causa C-380/98 , University of Cambridge c. H.M. Trasury , punto 17, 1° febbraio 2002 , Commissione delle Comunità europee c. Francia , punto 42 e 15 dicembre 2002 , C.470/99, Universal/Bau  e a. punto 52 , sono improntate allo stesso criterio discretivo , in ragione della “ funzione” predetta , nonché sentenza Corte di Giustizia CE 27 febbraio 2003 , causa 373/2000,Adolf Truley Gbm c. Bestattung Wien GbmH , con specifico riguardo al significato “ teleologico” relativo ai “ bisogni di interesse generale” , condiviso da CC. SU , 12 maggio 2005 , n.9940 , che usa lo stesso metro , per mettere in evidenza come sia possibile l’esercizio del controllo da parte di più enti pubblici ( fattispecie in cui si è concluso per la qualificazione in termini di organismo di “ interporto di Padova S.P.A. “ , ed , infine , Corte di giustizia CE , 15 gennaio 1998 , causa C-44/1996, Mannesmann Anlagen-bau , Austria e a . , punti 8 e 9 , 10 novembre 1998, causa 360/96 , BFI Holding , punti 61 e 62 , 1° febbraio 2001, causa C-237/99 , Commissione delle Comunità europee c.          Francia , punti 30 e 60.

Questo criterio è adottato dalla Corte di Giustizia Ce (sentt.  02/04/1998, causa C-296/95, EMU Tabac e a. Racc. p.I-1605, 27/10/1977, causa 30/77, Boucherau , Racc. , p.1999, punto 14; 07/12/1995, causa C-449/93, Rochfon, Racc,, p.I-4291, punto 28; 17/12/1998, Causa C-236-97, Codan, Racc. .I8679, punto 28, e 1304/2000, causa C-420/98, W.N., Racc.p.1-2847,punto 21, 03/03/1977,Causa 80/76, North Nerry Milk Products LTD contro ministero per l’Agricoltura e la pesca , 07/02/1979, causa 11/76, Governo dei Paesi Bassi contro Commissione delle Comunità Europee, 16/10/1980, causa 816/79, Klaius Mecke et Co. contro Hauptzollant Bremen-Ost, 17/09/1981, causa 136/80, Hudig en Piters BV contro Ministero per l’agricoltura e la pesca , 12/07/1979, causa 9/79, Marianne Koschniske in Woersdorfer contro Raad vam Arbeid , 27/06/2000, cause riunite C-240/98 e C.244-98, Oceano Gruppo Editorial e Salvat Editores SA c. Rocio Murciano Quinterno e altri, 03/10/2000, causa 380/98, University of Cambridge c. H.M. Trasury, punto 17, 01/02/2002, Commissione delle Comunità europee c. Francia, punto 42, 15/12/2002, C-470/99, Universal Brau e a. punto 52 , 27/02/2003, C-373/2000, Adolf Truley Gbm c. Bestattung Wien GbmH, quest’ultima condivisa da CC. SU, 12/05/2005,n.9940, CE, 15/01/1998, Causa C.-44/1996, Mannesmann Anlagen-bau, Austria e a., punti 8 e 9, 10/11/1998, causa 360/96, BFI Holding , punti 61 e 62, 01/02/2001, C-237/99, Commissione delle Comunità europee c. Francia, punti 30 e 60 , 21/05/1980, C-125/79, Demilander, in Raccolta 1980, p.1568, punto 8, 04/03/1982, C-38/81, Effer , ibidem , 1982, p.834, punto 5, 07/06/1984, C-129/83, Zelger c. Salinitri, ibidem , 1984,p.2046, punto 7, 13/07/1995, C-341/93, Danvaern,ibidem,195, pUI-2076, punto 17, 06/10/1976, C-365/88, Hagen, in Racc.1990,p.I-1845, punto 17, 02/07/1985, Deutsche c, Genossenschafbank/Brasserie du percheur, C-14884, in Racc. 1985, e 04/02/1988, Hoffman c. Krieg, C.145/86, in Racc., 1988,645 ) .                                                           

         AVV.  CLAUDIO  CATTANI.

 

claudio cattani

22:34 (2 ore fa)
a Giuseppe

Presto in vigore la polizza obbligatoria per gli infermieri

E’ imminente – a far  data dal 14 agosto 2014- l’entrata in vigore del D.P.R. 7 agosto 2012 N.137  in attuazione del D.L. 13 agosto 2011 N.138 “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”, convertito in L.14 Settembre 2011 n.148, riguardante  l’obbligo in capo al personale infermieristico  di contrarre polizza assicurativa per responsabilità civile professionale .

E’ bene sgombrare il terreno da dubbi o equivoci qualchessiano:la convinzione che, solo l’infermiere libero professionista sia tenuto all’attivazione della polizza in questione, mentre l’infermiere pubblico dipendente  sia dispensato per intervento in sua vece dell’Ente pubblico di appartenenza, è del tutto fallace.

Infatti  secondo la L.24 dicembre 2007 N.244 (Finanziaria 2008) “è nullo il contratto di assicurazione con il quale un ente pubblico assicuri i propri amministratori ”( alias i dipendenti) “ per i rischi derivanti dall’espletamento dei compiti istituzionali connessi con la carica” (alias ruoli ricoperti) e riguardanti la responsabilità per danni cagionati allo Stato o ad enti pubblici e la responsabilità contabile. I contratti di assicurazione in corso alla data di entrata in vigore della presente legge cessano di avere efficacia alla data del 30 giugno 2008. In caso di violazione della presente disposizione, l’amministratore che pone in essere o proroga il contratto di assicurazione e il beneficiario della copertura assicurativa sono tenuti al rimborso, a titolo di danno erariale, di una somma pari a dieci volte l’ammontare dei premi complessivamente stabiliti nel contratto medesimo”.

La  pronuncia della Corte dei Conti Sezione Giurisdizionale Emilia-Romagna  1 agosto 2006 N.895,  ha ribadito che tali contratti sono da ritenersi illegittimi a tutti gli effetti e generatori di responsabilità amministrativa sia nei confronti  degli amministratori sia nei confronti di chi li ha autorizzati e deliberati, in quanto idonei a deresponsabilizzare gli stessi dipendenti ed amministratori che dovrebbero tutelare, manlevando-                li, perfino, a spese del datore di lavoro, dei rischi conseguenti dalla specifica responsabilità amministrativa prevista dall’Ordinamento, fin dall’art.28 della Costituzione e dalla legislazione in tema di responsabilità amministrativa.

A proposito delineasi il quadro normativo di riferimento:

 

Art.28 COST.:”II funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili,secondo le leggi penali,civili e amministrative degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.”

Da ciò discende il principio della responsabilità personale di chi agisca quale organo della P.A. e la responsabilità della P.A. per gli atti illeciti commessi dai suoi dipendenti: tale responsabilità ha natura diretta in forza del rapporto organico che lega i pubblici dipendenti all’amministrazione (C.COST.24 febbraio 1992,n.64; CASS. 27 novembre 1975,n.3959, CASS. 5 gennaio 1979,n.31).

Ai sensi dell’art.28 COST. sussiste una responsabilità diretta dell’ente pubblico per i danni cagionati a terzi da propri dipendenti, che è concorrente e solidale con quella, parimenti diretta, di quest’ultimo nei confronti dei terzi (CASS. 5 settembre 1985,n.4620);

 

art.22 c.2 T.U. 3/57: prevede che,qualora l’amministrazione sia chiamata a risarcire per l’ipotesi di colpa grave un danno a terzi, l’obbligo di rivalsa nei confronti del dipendente al fine di recuperare ciò che abbia corrisposto;

 

la l.14 gennaio 1994 n.19 e  la l.20 dicembre 1996,n.639, enunciano il principio di  responsabilità civile “ius singulare” (CC.2001/123) che attribuisce oltre che ai dirigenti anche agli amministratori ed ai dipendenti ipotesi di nel caso cui l’inosservanza di specifici doveri di servizio si rivelasse fonte di danno patrimoniale all’amministrazione ;

 

l’art.13 L.142 del 1992 ( successivo alla direttiva 89/65/CEE del 21 dicembre 1989,n.689, che, al fine di garantire l’effettività delle nome sostanziali di cui alle direttive concernenti gli appalti pubblici, di lavori e forniture, ha imposto agli Stati membri di istituire mezzi e procedure tali da assicurare l’obbligo di risarcire danni subiti a causa della violazione del diritto comunitario e delle norme nazionali che lo hanno recepito, ha condotto al d.lgs. n.80 del 1998 in tema di diritti patrimoniali consequenziali  di cui alle materie in via esclusiva assegnate alla giurisdizione amministrativa;

 

 

la sentenza della Corte di Giustizia CE 18 novembre 1991, cause riunite C-9/90, ha espressamente affermato la protezione risarcitoria generalizzata azionabile ogniqualvolta si vedano lesioni in violazione di normative comunitarie;

 

la sentenza della CASS. 500/2000 ha affermato  la risarcibilità dei danni derivanti da violazione di interessi legittimi:nel giudizio di bilanciamento tra gli interessi in gioco spetterà al giudice procedere ad una selezione degli interessi giuridicamente rilevanti, poiché solo la lesione di un interesse siffatto può dare luogo ad un “danno ingiusto”, ed a tanto si giungerà con un giudizio di comparazione degli interessi in conflitto, e cioè dell’interesse effettivo del soggetto che si  protesta danneggiato e dell’interesse che il comportamento lesivo dell’autore del fatto; ciò  è volto ad accertare se il sacrificio dell’interesse del soggetto danneggiato trovi o meno giustificazione nella realizzazione del contrapposto interesse dell’autore della condotta, in ragione della sua prevalenza;

la nozione di “colpa” in diritto civile mutua i  principii  propri del diritto penale:essa può intendersi come inosservanza di regole espressamente previste, o evocate dalle nozioni di diligenza,prudenza,perizia in funzione di tutela preventiva di determinati beni da determinati eventi dannosi; essa si distingue in:

 

1) colpa generica: derivante da inosservanza di regole(negligenza,imprudenza,imperizia) sulle quali fondare un criterio d’imputazione che non si esaurisce nel mero oggettivo divieto di realizzare un certo risultato;di talchè si intende:

       a) negligenza: mancato adeguamento del comportamento tenuto alle regole sociali che prescrivono le modalità di svolgimento di quel tipo di azione,     

    b)imprudenza:positiva antitesi con regole sociali che vietano certe azioni o certe modalità di azione,

      c) imperizia: insufficiente adeguamento alle regole tecniche (di competenza e di abilità) valevoli per determinate attività;

 

2) colpa specifica: inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline, da cui discenda  l’inosservanza delle norme prevenzionali , dirette a prevenire eventi pregiudizievoli del tipo di quello in concreto verificatosi.

La nozione di  misura della colpa   è allocata nel diritto civile e si ravvisa  nel  comportamento di chi agisce con straordinaria e inescusabile imprudenza e che omette di osservare non solo la la diligenza  media del buon padre di famiglia, ma anche quel grado minimo ed elementare di diligenza che tutti osservano (CC.70/2260),

Dal quadro preddescritto si evince come rilevi in capo all’infermiere (libero professionista o dipendente) la specificità della sua attività e,di conseguenza, la natura di “colpa specifica” a cui soggiace.

Infatti la professione in questione è  contraddistinta:

 

dalla  responsabilità clinico-assistenziale di cui alla l.42/99 e succ. D.M. 14 settembre 1994,n.739 “Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere” che  ha abrogato il D.P.R. 14 marzo 1974 n.225 (ad eccezione delle disposizioni riguardanti l’infermiere generico), in cui leggesi tra l’altro:”Il campo specifico di attività e responsabilità delle professioni sanitarie…è determinato dai contenuti dei decreti ministeriali istitutivi dei relativi profili professionali e degli ordinamenti didattici dei rispettivi corsi di diploma universitari e di formazione post-base nonché degli specifici codici deontologici, fatte salve le competenze previste per le professioni mediche e per le altre professioni del ruolo sanitario per l’accesso delle quali è richiesto il possesso del  diploma di laurea nel rispetto reciproco delle rispettive competenze professionali.”.

Da quanto esposto si ricava che:

la previsione di polizze assicurative atte a coprire responsabilità per colpa grave può essere stipulata solo dall’infermiere in proprio;

l’azienda pubblica  può  stipulare contratti assicurativi con copertura a proprio carico solo per le ipotesi di colpa lieve (Corte dei Conti Sezioni Riunite per l’Emilia-Romagna 1 agosto 2006,n.895).

 

Del resto in  contratto collettivo Compartimento Sanità 07/04/199 all’art.25 c) prevede che “LE aziende assumono tutte le iniziative necessarie per garantire la copertura assicurativa della responsabilità civile dei dipendenti ivi comprese le spese di giudizio ai sensi dell’art.26, per le eventuali conseguenze derivanti dalle azioni giudiziarie dei terzi per la loro attività senza diritto di rivalsa, salvo le ipotesi di dolo o colpa grave.”.

Il contratto in parola protegge l’assicurato da perdite economiche in dipendenza di risarcimento generato da colpa commessa sul posto di lavoro, purchè presentata nell’arco temporale di validità della polizza, con rimborso delle spese legali dovute a fronte di provvedimenti giudiziali entro il limite del 25% del massimale scelto.

La compagnia assicurativa tutela l’assicurato pure in caso di azione di rivalsa, da parte del di lui datore di lavoro,per danni cagionati a terzi.

 

                               AVV.  CLAUDIO  CATTANI.

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